Chi salverà il salvatore?

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Molto spesso siamo fuori posto nella nostra vita. Veniamo messi nella posizione del salvatore a partire da inconsapevoli richieste provenienti dai nostri genitori. Circostanze ambientali e aspetti di fragilità delle figure di attaccamento sono concause  della formazione di questo atteggiamento nel bambino. Anche i genitori hanno una loro storia e le loro fragilità, a volte molto pronunciate. Conflittualità nella coppia, difficoltà a fronteggiare le situazioni con sufficiente forza e responsabilità. L’atteggiamento del genitore diventa allora vittimistico! Chiamiamo dunque “salvatore” il ruolo che ci viene affidato dalla vittima. Più la vittima è vittima, più il salvatore si fossilizza e viene riconosciuto automaticamente in questo ruolo. Il salvatore deve essere bravo, ubbidiente, sempre disponibile, deve sostenere, essere forte e non può esimersi dal soddisfare le richieste altrui (anche quando, invece, vorrebbe). Il salvatore, poco alla volta, perde la sua libertà. Non può più essere pienamente se stesso ed esprimere le sue emozioni; il genitore, dal canto suo, è lui stesso ad aver bisogno di comprensione, sostegno e appoggio. Questo processo fa sì che il figlio possa ottenere riconoscimento – energia vitale per ognuno – solo prendendosi cura del genitore. Il bambino, preso nelle maglie di questa dinamica invischiante, riceve considerazione ma a patto che mantenga la nuova, e innaturale, distribuzione di ruoli all’interno della famiglia. Le conseguenze, sul piano dell’evoluzione affettiva e psicologica, sono molto pesanti. Crescendo e diventando adulto il soggetto non cambia; il rapporto che aveva con il genitore viene introiettato, lo porta dentro di sé continuando a vivere gli stessi stati d’animo. Responsabilità in eccesso, doverismi, controllo permanente, prendersi cura eccessivo, rimangono i capisaldi su cui poggia la relazione con se stesso e con il mondo esterno. Chi salverà, dunque, il salvatore?

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